La villa Borromeo d’Adda

A quattro miglia a Nord della Città di Monza a piè delle prime collinette della amena Brianza, sorge il villaggio di Arcore.  

Da un lato vaste e colte pianure ricche di piante e di messi, adorne di casolari e borghi, dall’altro all’intorno aprichi poggi, liete colline coronate da splendide ville, da frequenti paeselli e più lontano la varia, sublime ghirlanda delle Alpi, sotto un cielo purissimo e clemente, fanno di Arcore uno dei più gentili e graziosi luoghi della Lombardia. 

Sulla cima della sua collinetta, quasi Signora delle sottoposte terre, s’innalza la Villa della famiglia patrizia Milanese d’Adda, semplice ed elegante, la quale bellamente spicca tra le folte e verdi piante del parco, che la ricinge alle falde e in alto. []

Tratto da Illustrazione della Cappella annessa alla Villa dei Marchesi D’Adda in Arcore. Cenno Storico- (1860 circa)

Per secoli la famiglia d’Adda, definita da don Mario Rosa «una delle più distinte e benemerite della nobiltà lombarda», ha legato il proprio nome ad Arcore, attraverso le vicende dei Conti di Sale e dei Marchesi di Pandino.

Documenti catastali, risalenti al 1558, indicano Pagano II e Costanzo d’Adda quali intestatari di beni ed estese proprietà terriere ad Arcore.

Due secoli più tardi i beni di Arcore giunsero, per via ereditaria, a Francesco IV (1726-1779), sesto conte di Sale, primogenito dei tre figli maschi di Costanzo IV; i fratelli Ferdinando e Lorenzo erano stati indirizzati il primo alla vita ecclesiastica, diventando abate, mentre il secondo alla carriera militare.

Nel 1757, con una convenzione tra Ferdinando e il fratello Francesco, l’abate ottenne in uso vitalizio la parte alta della proprietà di Arcore, il luogo detto la “Montagnola” con l’autorizzazione ad apportare cambiamenti e migliorie, ma con il vincolo di restituzione alla linea ereditaria in quanto legata a fedecommesso.

L’abate Ferdinando realizzò così una dimora sul colle e lì visse per quasi cinquant’anni, fino alla morte avvenuta il 24 agosto 1808.

Con la morte di Maria, figlia di Francesco, si estinse la linea primogenita dei d’Adda di Sale e l’abate Ferdinando, secondogenito ancora in vita, poté reclamare i beni legati ai fedecommessi costituiti nel corso dei secoli.

Parte dell’eredità di Maria venne dunque ripartita tra diversi membri della casata e a Febo d’Adda, marchese di Pandino, venne assegnato il seicentesco palazzo di Arcore, situato nella parte bassa della proprietà, oggi sede degli uffici comunali.

Alla morte dell’abate Ferdinando, Febo, esercitando il suo diritto di prelazione, acquistò la Montagnola riunificando le due proprietà d’Adda.

Foto di Romain Veillon

Nel 1836 le proprietà di Arcore furono ereditate da Giovanni d’Adda (1808-1859), che apportò una prima trasformazione alla residenza arcorese, incaricando dei lavori l’architetto Giuseppe Balzaretto (1801-1874)

Il Balzaretto, dall’inizio degli anni ’40, operò sui giardini, disegnando «un ameno paesaggio, che correndo svariato e grandioso su tutti i versanti del colle da lui rimaneggiato, circondò il maestoso palazzo posto sulla vetta» e sugli edifici, sia sulla villa seicentesca situata nella parte bassa, sia sulla Montagnola.

Della prima, rinunciando al seicentesco impianto ad “U”, venne abbattuta la parte centrale e realizzata una cancellata in ferro battuto, conservando le eleganti ali laterali, destinate ad ambienti di servizio. Nell’ala di destra venne ricavata la portineria, mentre in quella di sinistra, in seguito alla morte di Maria Isimbardi, giovane moglie di Giovanni, trovò collocazione la cappella funeraria, opera del Balzaretto e magistralmente decorata dai fratelli Lorenzo e Vincenzo Vela.

Sulla Montagnola il Balzaretto intervenne modificando l’ingresso affacciato sul paese, inserendo un loggiato coperto, e chiudendo con ampie vetrate il portico a tre campate sul prospetto rivolto a nord.

A partire dagli anni ’80 fu Emanuele d’Adda, figlio di Giovanni, ad apportare nuovi interventi alla villa, affidando i lavori all’architetto Emilio Alemagna (1833-1910), allievo e collaboratore del Balzaretto.

L’Alemagna modificò il loggiato coperto realizzato dal Balzaretto, ricostruì i corpi laterali alzandoli di un piano, inserì un grande salone ellittico a piano terra e lo scalone d’onore.

Lo stile neobarocchetto, riconoscibile nelle decorazioni con i ferri battuti, nelle balaustre in pietra e nelle modanature a conchiglia che ornano le finestre, caratterizzano l’opera dell’Alemagna, sia sui prospetti sia sull’ampio parterre all’italiana, esposto a nord.

La villa raggiunse dunque l’attuale conformazione, disposta su cinque livelli, interrato, rialzato, primo ammezzato, primo piano, secondo ammezzato, per una superficie totale di mq. 2389, suddivisa in 113 ambienti.

La scrittrice T. Bates Batcheller, che vi dimorò nel 1910, definì la Montagnola «una delle più sontuose residenze di campagna della Lombardia. Essa conserva le tipiche caratteristiche delle opulente ville lombarde del 1600. La villa di Arcore ha il vantaggio di essere situata su una collinetta abbastanza alta, nel mezzo di un enorme e bellissimo parco all’inglese. Dalla terrazza che domina la grande estensione a prato, si scorge un affascinante giardino formale. La sistemazione del grande salone al centro della casa è particolarmente felice e consente le più belle vedute di tutta la campagna circostante».

Alla morte di Emanuele, nel 1911, non avendo eredi, le proprietà e i titoli nobiliari passarono a Febo Borromeo, figlio della cugina Costanza maritata a Carlo Borromeo, che nel 1913 ottenne di aggiungere d’Adda al proprio cognome.

Nel 1980 le proprietà della famiglia Borromeo d’Adda, ad eccezione della Cappella Vela, vennero acquistate dal Comune di Arcore.

Nel 2016 sono stati avviati i lavori di restauro della Villa.


1- Mario Rosa, I Marchesi d’Adda e la villa d’Arcore (Brianza), Milano, 1940

2- Luisa Dodi, La storia di Arcore fra amene ville, signorili giardini, vita contadina e mondo dell’industria, Milano, 1996

3- Beatrice Crippa, Antonella Sala, La nobile casata d’Adda, in Gianna A. Mina (a cura di), I fratelli Vela e la committenza d’Adda, Saggio sulla Scultura n. 4, Berna, Ufficio federale della cultura, 2014