Il parco di villa Borromeo d’Adda

Aprivasi a basso largo ingresso fra due simmetrici caseggiati, quasi propilei alla più alta villa spianavasi a piè in larga piazza l’ultima falda della collina, e con più dolce e ondulata salita, ridente per fresco verde e macchiette di fiori si ascendeva al Palagio.

E poi intorno con lavoro difficile e con arte dotta e dispendiosa compivasi, allargavasi, e con più grazioso magistero di linee, abbellitasi la collinetta, che tutta dai piè alla cima veniva trasformata in ampio parco, dove i lunghi viali, i crocicchi dei sentieri ombrosi, od aperti, le viste inaspettate e ben disposte, la pellegrinità delle piante, ed il folto bosco a volta a volta ti dilettono, ti sorprendono con sempre nuovo piacere. […]

Tratto da Illustrazione della Cappella annessa alla Villa dei Marchesi D’Adda in Arcore. Cenno Storico- (1860 circa)

Insediatosi nelle proprietà di Arcore a partire dal 1836, Giovanni d’Adda si era dedicato con impegno al mantenimento e al miglioramento della residenza di Arcore, affidando la ristrutturazione del giardino all’architetto Giuseppe Balzaretto, già incaricato di prestigiose commissioni private e pubbliche in Milano.

Il parco di Arcore fu forse per il Balzaretto, che diventerà «il più celebre disegnatore di giardini del momento», il primo esperimento e il primo successo.

Il Balzaretto, con scavi ed un trasporto di 160.000 metri cubi di terra, unificò tutto il parco, effettuò la piantagione di svariatissime piante esotiche, di alto fusto (roveri, tigli, pini, castagni, cedri, faggi), magnolie e sempreverdi, creando un magnifico parco all’inglese, che permetteva un’assimilazione totale della villa con il verde circostante.

Il parco fu ultimato nel 1845.

Successivamente la proprietà passò ad Emanuele d’Adda, il quale per lasciti ereditari fu uno dei maggiori proprietari fondiari milanesi. Egli commissionò all’architetto Alemagna alcuni interventi di abbellimento ed ingrandimento del parco, la cui estensione passò da 5 a 30 ettari: «…e tutta questa vasta estensione di terreno venne cintata, circondata da strade periferiche all’esterno, attraversata internamente da valli».

A un’altra opera accenna lo storico M. Rosa: «Fuori dalla cinta del parco v’era un grande serbatoio d’acqua, fatto scavare dal marchese Febo d’Adda in un anno di malattie infettive, per fornire ghiaccio alla popolazione. Questo laghetto, fuori del recinto, incustodito, non mancava di procurare qualche inconveniente. Il marchese pensò, con un nuovo ingrandimento del parco, di incorporarlo in questo (1900), pur continuando a permetterne l’uso per i bisogni del paese».

L’ultimo lavoro fu eseguito nel 1908 e fu la creazione di un grande parterre, «… ricordo in miniatura dei vecchi giardini all’italiana, che si estende da un capo all’altro della casa abbracciando ad arco tutte le sale con la ringhiera in ferro battuto, ultimo sussulto gentile e prezioso di neorococò».

L’insieme di queste opere, come anche la cura particolare prestata all’arredamento degli ambienti interni, fecero «della villeggiatura di Arcore uno dei meglio riusciti e più gradevoli soggiorni signorili della campagna milanese».


1- Mario Rosa, I Marchesi d’Adda e la villa d’Arcore (Brianza), Milano, 1940

2- F.D. Ronzoni, La villa Borromeo d’Adda di Arcore, Bellavite editore in Missaglia, 2009