La cappella Borromeo d’Adda

Carissimo Amico, è arrivata la Madonna. Non ho termini mio caro Vela per dirti quanto mi piace. Io te ne ringrazio vivamente e ti assicuro che mai infine oggetto d’arte mi piacque più del monumento, e della Madonna…

La cappella sarà finita fra 15 giorni ed è vero capo d’opera nel suo complesso, e questo grazie a te ed a tuo fratello che avete gareggiato in abilità e cortesia nell’eseguire anche le più piccole mie volontà.

Lettera di Giovanni d’Adda a Vincenzo Vela, 23 maggio 1853

La prematura scomparsa della giovanissima sposa di Giovanni d’Adda, Maria Isimbardi, avvenuta il 27 dicembre del 1849 è all’origine della costruzione della cappella di famiglia nella villa d’Adda di Arcore.

Figlia del marchese Pietro Isimbardi e della marchesa Litta Modignani, la giovane Maria aveva sposato Giovanni D’Adda nel 1846, dandogli un figlio, Emanuele.

Giovanni affidò l’incarico della progettazione all’architetto Giuseppe Balzaretto, il quale collocò la cappella nell’ala sinistra del ristrutturato seicentesco palazzo d’Adda, senza alterarne la simmetria, e garantendo la possibilità di accesso dalla strada. La scritta Ave Maria, nel timpano sopra il portale d’ingresso, e la lanterna, posta al colmo del tetto, sono gli unici elementi distintivi di tale luogo sacro all’interno del corpo di fabbrica.

L’architetto, nella concezione architettonica, si rifece al Battistero ottagonale della chiesa di Santa Maria presso San Satiro a Milano, opera di Donato Bramante, quale esplicito richiamo al luogo di sepoltura di Rinaldo d’Adda, il capostipite dei marchesi di Pandino.

Grazie al Balzaretto «l’opera di Bramante fu in breve tempo riedificata, per così dire ringiovanita, ma accortamente modificata, in alcuni pensieri di semplice decorazione, acciocchè avesse a corrispondere pienamente allo scopo precipuo a cui era destinata».

All’alternanza di nicchie semicircolari e rettangolari del prototipo, il Balzaretto sostituì infatti otto ampie nicchie semicircolari, chiuse da catini decorati a lacunari invece che a conchiglia, e riprodusse tutto il resto con estrema precisione.

Le decorazioni vennero affidate ai due fratelli scultori ticinesi, Vincenzo (Ligornetto, 1820 – 1891) e Lorenzo Vela (Ligornetto, 1812 – Milano, 1897).

cappella velaEspressione dell’arte magistrale di Lorenzo, le otto paraste piegate scandiscono il perimetro ottagonale della cappella, ed appaiono decorate secondo due modelli,definite da Francesco Tedeschi come “pianta del bene” e “pianta del male”.

Nel primo, “la pianta del bene”, tralci di vite si intrecciano per tutta l’altezza, carichi di pampini e di grappoli d’uva, legati alla base da una stola sacerdotale che cinge un fascio di spighe di grano; salendo, due angeli inginocchiati reggono il calice eucaristico sormontato dalla corona di spine, mentre un altro angelo tiene il lino della Veronica con impresso il volto di Cristo; sul coronamento un pellicano nutre i propri piccoli lacerandosi il torace.

Nel secondo, “la pianta del male”, due mostri dal volto umano sconvolto da un’espressione di dolore e dal corpo di drago sono tenuti al guinzaglio da un cane mostruoso dalle ali di pipistrello tra le fiamme, sovrastato da altri due cani alati che azzannano e divorano un volto barbuto dall’espressione disperata; in sommità, due gru stringono nel becco un serpente, mentre le code dei corpi mostruosi si tramutano in tralci di vite, su cui sono assisi due angeli che suonano la tromba, culminando con la croce retta da due teste di cherubini tra rami di palma.

Ognuno dei due motivi decorativi viene replicato quattro volte, a decorare le otto paraste. L’iconografia fa riferimento esplicito ai simboli della Passione di Cristo e del dolore della Vergine, si citano, tra i tanti,  rose e gigli, uva, pere e melograni.

A livello del matroneo, Lorenzo inserisce due fregi a rilievo bassissimo, i quali rappresentano angeli dolenti che portano il calice, la corona di spine e la canna con la spugna, ulteriore richiamo alla passione di Cristo, e angeli gioiosi e cantanti.

Al centro sono collocate le teste a tutto tondo di quattro figure maschili, alternate a quattro femminili.

Di non facile attribuzione sono i volti raffigurati. Secondo Cucciniello le quattro teste maschili rappresentano, sopra l’altare Dio Padre con la lunga barba e la triplice raggiera, San Carlo, San Giovanni Battista e il Cristo, alla destra del Padre, mentre ipotizza verosimilmente che i quattro volti femminili rappresentano la Madonna e le tre Marie, Maria Egiziaca, Maria di Cleofa e Maria Maddalena. Altre interpretazioni sono state fornite su tali raffigurazioni dal Tedeschi che attribuisce a Cristo il volto sopra l’altare, seguito da San Carlo e dai due San Giovanni, mentre i volti femminili sono identificati nelle tre Marie e nella Veronica.

Di Lorenzo è anche il bassorilievo raffigurante il Riposo durante la fuga in Egitto, collocato nella parte bassa dell’altare. Si tratta di uno stiacciato in cui la realtà naturale viene riprodotta attraverso il sottile spessore del rilievo. Esso rappresenta, senza dubbio, la dimensione più intima e privata dei committenti.

Non ultimo, Lorenzo scolpisce il medaglione di Giovanni, figlio di Carlo e Mariquita D’Adda, morto il 29 agosto 1850 a 15 mesi.

maria isimbardiA Vincenzo il compito di rappresentare la compianta defunta Maria Isimbardi e la Vergine, in due sculture che vengono collocate nella cappella arcorese.

Nelle due statue si può trovare la compresenza delle motivazioni umane e religiose che ispirano l’insieme dell’ambiente. L’Addolorata è una giovane donna, bella, delicata e pienamente umana; nello sguardo rivolto al cielo e nella corona di spine, esprime una combinazione di fiducia e di dolore. Hayez a tal proposito diceva di Vincenzo «l’opera sua più distinta, a mio parere, è l’Addolorata, statua d’altare per la sontuosa Cappella d’Arcore dei Marchesi d’Adda, monumento degno dei più bei tempi dell’arte».

Maria Isimbardi, Donna compianta nè suoi estremi momenti, è ritratta sul letto di morte, al momento del trapasso, esprime la tragicità della fine della vita, ma il volto privo di sofferenza, la mano destra distesa verso l’alto rivolta ai cari  e il crocefisso nella mano sinistra avvalorano il principio di semplice transito nell’aldilà.

Le piegature, le merlature, i pizzi e le punzonature del materasso, le coperte che addirittura scendono con un lembo oltre il gradino rappresentano un incredibile realismo,che Vincenzo ha saputo trasmettere con la sua opera.

Il recente intervento di restauro conservativo eseguito sul monumento, oltre ad aver restituito il suo originario splendore, ha ridonato all’osservatore quel senso di estremo ricordo, vivo e doloroso, che Vincenzo volle trasmettere attraverso il gesto della mano destra di Maria Isimbardi. Il “gesto ritrovato” è stato il risultato di un intervento di ricostruzione delle dita mancanti, attraverso innovative tecnologie.

I lavori saranno terminati nel giugno del 1853, ma la cappella sarà inaugurata solo nel 1855 e dedicata alla Vergine Addolorata. Il 4 novembre 1855 Giovanni D’Adda scrive al Vela: «la Madonna e la cappella tutta ha destata l’ammirazione di tutti quelli che vennero ad Arcore».

«Il risultato della cappella di Arcore costituirà un insieme unico per l’unità raggiunta tra architettura, scultura e decorazione, per la ricchezza non solo di materiali ma anche di soluzioni tecniche e artistiche raffinatissime, per la varietà e originalità dei rimandi storici e di riferimenti alla cultura artistica contemporanea, capace di farsi testimone di un’epoca, dei suoi protagonisti, della loro vita privata, ma anche del loro rapporto con la storia nazionale, imponendosi, pur all’interno della sterminata produzione funeraria ottocentesca, come un documento eccezionale e tra i meglio conservati dell’Ottocento lombardo».


1- A. Piazza, Arcore, Milano, 1853

2- Francesco Tedeschi in Francesco Porzio e Francesco Tedeschi, Vincenzo Vela ad Arcore, Arcore, 2005

3- Omar Cucciniello, “Elegantissimum sacellum” L’architettura di Giuseppe Balzaretto e la decorazione di Lorenzo Vela della cappella D’Adda di Arcore, in Gianna A. Mina (a cura di), Saggio sulla Scultura N. 4 – I fratelli Vela e la committenza d’Adda, Berna, Ufficio federale della cultura, 2014

4- Progetto di restauro: Edoardo Oliviero Radaelli; Restauro : Acerina Garcia Garcia ; Scansione digitale e ricostruzione : Mattia Mercante, 2016-2017